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PATOGENESI DELLA DEMENZA DIGITALE

La Riforma Cartabia ha inciso su attività processuali basiche, tecnicizzandone le forme mediante la digitalizzazione delle stesse.

Tra le riforme invocate affinché i principi del giusto processo – quelli sanciti dalla Costituzione e della Carte dei diritti internazionali e sovranazionali – trovassero attuazione di certo la telematizzazione forzata delle attività processuali non era stata invocata dagli operatori del diritto. Nessuno mai aveva invocato ad esempio riforme  afferenti l’affermata obbligatorietà del deposito telematico degli atti nel processo penale.

La digitalizzazione delle attività processuali più elementari è stata introdotta come misura emergenziale sanitaria in fase pandemica. Il deposito telematico – si era detto – impediva o conteneva la diffusione del contagio.

Con la riforma Cartabia la digitalizzazione è stata stabilizzata. La telematizzazione, si è osservato, non rende affatto il processo giusto, ma lo rende celere. La società globalizzata, più che di giustizia, ha bisogno di celerità, stando all’indimostrata equazione secondo la quale alla celerizzazione del processo corrisponde  la crescita economica della nazione. Un aumento del Pil di due punti circa in percentuale, stando ai numeri divulgati dal Ministro Nordio.

Fatto sta che i processi si telematizzano, ma le aziende chiudono.

Ad ogni modo i valori ispiratori della riforma telematica non sono affatto civili, ma economici.

Ed allora chiediamoci come funziona davvero questo fantastico processo penale telematico?  Quella che dispone e regola la trattazione a distanza delle udienze è una norma “volumetrica”, ossia introdotta per fare semplicemente volume tra la disposizione codicistica precedente e quella successiva.  Le videoriprese delle udienze, per essere conformi ai requisiti di validità richiesti al fine di preservare l’effettività della formazione orale della prova nel contraddittorio delle parti, postulano il ricorso a strutturate troupes televisive, soprattutto nei processi con pluralità di parti ed imputati.  Il deposito telematico allo stato è obbligatorio solo per i difensori, non essendo le altre parti processuali vincolate a depositare informative, perizie o requisitorie in forma telematizzata.

Si intendevano rafforzare le garanzie di esercizio della difesa tecnica, ed, invece,  per esercitare la difesa occorre strutturarsi innanzitutto come tecnico telematico e poi come operatore del diritto.

L’esperienza processuale presuppone la tecnica, di talchè il primato del diritto retrocede e diviene subvalente all’ affermarsi del dominio della tecnica nella vicenda processuale determinandone una metamorfosi profonda, radicale e involutiva.

Per quanto attiene l’introdotta obbligatorietà del deposito degli atti in forma telematica deve rilevarsi che il meccanismo sottende una truffa culturale, oltre che ordinamentale:  il tecno capitalismo della sorveglianza pretende farci credere di vivere ed operare in una dimensione magica, in quanto ci viene offerta la strabiliante “opportunità” di scaricare app idiote per svolgere attività elementari o risolvere problemi idioti, come pagare il caffè, comprare il biglietto con lo smartphone o depositare l’istanza o l’appello con il Pc.   L’altra faccia dell’intelligenza artificiale è la demenza digitale. Non è un caso che in tempi di transizione digitale coatta vengano sottaciuti i processi di patogenesi legati all’uso eccesivo di strumenti digitali suscettibile di determinare l’insorgenza di forme  di demenza digitale, in quanto tale classificata in psicoterapia perché suscettibile di determinare forme progressive ed ingravescenti di decadimento e compromissione delle funzioni cognitive. ( Spitzer, Horoszkiewicz e Yamamoto)

Ne è derivato che quell’unico ambito di attività processuali che, almeno fino alla Cartabia, non era ritenuto controverso, ossia il deposito degli atti, piuttosto che conseguire i dichiarati obiettivi di semplificazione si è trasformato in un’esperienza complessa , lenta, aleatoria, nevrotizzante, sottoposta a indicibili  limitazioni che giammai possono contemplare le infinite variabili emergenti nelle prassi  operative e che, mediante il deposito cartaceo e la diretta, e giammai transumana, interlocuzione tra gli operatori del diritto erano destinate a trovare sempre immediata ed agevole composizione negli uffici giudiziari.

L’obbligatorietà del deposito telematico, peraltro, si rivela, nelle prassi, come ulteriore fattore che mina alle fondamenta il primato del diritto nella esperienza processuale.

Vero è che le disposizioni codicistiche affermano soltanto la forma digitale ed il principio regolatore del deposito telematico degli atti. Nelle contingenze operative, invece, a dettare i criteri applicativi, ed a condizionare l’esercizio della difesa tecnica molto spesso minandola, sono le circolari dei dirigenti di ciascuno ufficio che assurgono ad un improprio, illegittimo ed illecitamente usurpatorio rango di fonte del diritto in materia di libertà personale sottoposta, invece, a strettissima riserva di legge.

Ne consegue  la necessità di sollecitamente modificare l’assetto codicistico vigente afinché le disposizioni che regolano il deposito degli atti, da parte dei difensori, ne prevedano la facoltatività del deposito telematico piuttosto che la demenzializzante obbligatorietà.

Va denunziata, in riferimento al processo di digitalizzazione, la mancanza dell’oppure.

Dove manca l’oppure manca la democrazia, il diritto, il pensiero. Dove manca l’oppure manca la libertà.

Avv. Carmine Ippolito per Loffington Post

 

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