IL DIegO RIVOLUZIONARIO: IL Pugno che sfidò gli imperialisti per riscattare i Sud del mondo.

Non avrei mai pensato fosse possibile scrivere un libro di 400 pagine su Diego Armando Maradona senza dedicare neanche un capitolo alle sue gesta calcistiche.

Non avrei mai pensato fosse possibile parlare di riscatto dei Sud del mondo; raccontare le politiche antimperialiste dei leader rivoluzionari; introdurre il progetto di nuovo ordine mondiale che gli apparati statunitensi vorrebbero imporre al mondo, ripercorrendo alcune tappe della storia di Maradona.

Né avrei pensato possibile analizzare le operazioni militari clandestine, volute dagli Stati Uniti e dalla CIA per fermare le rivoluzioni socialiste e i loro sostenitori ai tempi della guerra fredda; e trovare quel filo conduttore unico che legava l’Italia al Sudamerica, rimanendo nel contesto della vita di Diego.

Questa inchiesta è stata un viaggio nei meandri dell’antimperialismo che mi ha scosso l’anima. Scrivevo e piangevo. Commozione e rabbia. Lacrime per tutto quello che si è costretti a pagare per difendere i propri ideali, giusti o sbagliati che li consideriate. Rabbia per quel senso di impotenza e di impunità che si prova al cospetto di certi poteri, onnipresenti, pervasivi, tentacolari, spietati. Mi assumo tutta la responsabilità che la pubblicazione di un lavoro del genere può comportare. La prima è quella di non essere immediatamente capito dai miei lettori. Nelle mie inchieste mi sono sempre astratto dai temi di massa come lo sport e da racconti che riguardassero una specifica parte politica. Questa volta, invece, in copertina c’è l’immagine di uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi e di uno dei leader socialisti più controversi.

Eppure non è un libro che parla di sport e non è un libro schierato politicamente. È il racconto di verità che sono state taciute per decenni. Che ci piacciano o meno. La verità non va raccontata solo quando la censura e la mistificazione, riguardano la parte politica o il leader nel quale ci riconosciamo. Quello non è giornalismo è propaganda. La verità va raccontata quando viene stravolta nella versione proposta dai vincitori. Questa è una delle mie inchieste giornalisticamente più complete, forse anche la più rischiosa. Sicuramente è il mio più concreto atto di denuncia del neoliberismo, dell’imperialismo e del progetto oligarchico di nuovo ordine mondiale.

Raccontarlo attraverso la vita di un campione conosciuto in tutto il mondo, protagonista assoluto dello sport più seguito del pianeta, mi ha permesso di abbattere gli steccati del recinto in cui certi temi vengono relegati per far sì che raggiungano soltanto una nicchia di lettori, solitamente impossibile da espandere. “Il giornalista ha il compito di unire i puntini, di collegare gli ambiti e di costruire qualcosa che vada al di là dei singoli fatti e dei singoli episodi”. Ed è esattamente quello che ho fatto.

Utilizzando inchieste di altri colleghi, ricostruzioni di altri giornalisti, parole di altri scrittori – il numero enorme di virgolettati e di riferimenti alle fonti lo testimonia – ho collegato gli ambiti come non era mai stato fatto prima. Ho intrecciato gli eventi e incrociato i temi delle mie personali inchieste con quelle di altri che sono andati nei dettagli di alcuni eventi specifici.

Il giornalista Matteo Marani, per esempio, aveva realizzato una incredibile inchiesta sui mondiali del 78, dalla quale venivano fuori gli strettissimi legami occulti tra calcio e politica ai tempi delle dittature. Ed i legami tra le federazioni calcistiche, i dittatori e gli apparati statunitensi. Eppure Marani, professionista encomiabile, giornalista astuto e preparato, pur essendosi occupato moltissimo di Maradona, non ha ritenuto opportuno collegare i temi della sua inchiesta con le cause della squalifica di Diego. Nonostante i protagonisti con ogni probabilità coincidessero.

Gli autori argentini dell’inchiesta “E Ultimo Maradona” al contrario, hanno dimostrato empiricamente che la squalifica di Diego fosse stata indotta. Che ci fossero le possibilità di salvarlo ma non furono adottate, di proposito. Eppure non hanno voluto scavare sui possibili mandanti politici di quelle azioni, pur avendo evidenziato i pericolosi conflitti di interesse dei vertici della Fifa in quella vicenda.

Il regista Emil Kusturica nel suo film documentario “Maradona” ha accesso un riflettore sui potenti nemici politici di Diego e sulle possibili relazioni tra il suo essere rivoluzionario ed alcuni eventi che lo hanno fatto finire nel mirino. Ma non si è occupato di entrare nel merito delle squalifiche subite dal calciatore.

Gianni Minà, il giornalista che meglio lo conosceva, è forse uno degli unici che ha sempre raccontato tra le righe il legame tra le gesta e le parole del Diego rivoluzionario e gli eventi che hanno destabilizzato la sua carriera e la sua vita. Ma nei suoi libri su Maradona questo legame di causa effetto è stato solamente accennato senza mai fare nomi; senza mai scendere nei dettagli dei singoli contesti politici. Lasciando che i possibili mandanti delle azioni contro Diego continuassero ad essere identificati semplicemente con termini generali come “la mano nera” “la congiura mondiale” “i potenti”.

Questa inchiesta, invece, ha voluto colmare quei buchi. Illuminare le zone d’ombra. Integrare tutte le precedenti inchieste e fonderle. Scendendo nei dettagli. Dando finalmente delle risposte, pur non potendo dare delle sentenze.

Se a Kusturica hanno tolto ogni finanziamento dopo il documentario sui rapporti tra Diego e gli USA, sono sicuro che questo libro sarà oggetto di boicottaggi, tentativi di censura, strumentalizzazioni. I lettori, infatti cambieranno completamente la propria percezione su eventi che sono sempre stati raccontati loro in altro modo e che non andavano assolutamente messi in discussione. Modificheranno il proprio modo di giudicare e percepire alcune scelte politiche e alcuni personaggi, che dovevano invece continuare ad essere demonizzati, raccontando una sola faccia della medaglia. Quella che conviene al potere.

Nel 1987 Maradona rifiuta un premio negli Stati Uniti: “Fanculo gli americani io il premio vado a prenderlo a Cuba”. A l’Avana DIegO incontra Fidel Castro e giura fedeltà alla causa rivoluzionaria ed antimperialista.

Sono gli anni della Guerra Fredda. In Italia è in corso l’operazione Gladio. In Sudamerica l’operazione Condor per punire chi si avvicina ai comunisti o a Cuba diventando nemico giurato degli Stati Uniti.

Operazioni spietate con la regia della CIA e di Henry Kissinger ex potente Segretario di Stato americano.            Maradona finisce nel mirino. Il suo nome comparirà nei file del Dipartimento di Stato rilasciati da Wikileaks.

Nel 1994 i mondiali di calcio si giocano negli Stati Uniti, promossi proprio da Kissinger a cui DIegO ha rifiutato un’offerta perché il più acerrimo nemico di Fidel. È il momento di fargliela pagare. Diego nelle interviste utilizza parole al vetriolo contro gli USA e contro la FIFA. Un cocktail micidiale come quello che gli accuseranno di aver bevuto e che gli è costato la squalifica.

Il comandante cubano Fidel Castro e quello venezuelano Hugo Chavez puntano su di lui come portavoce delle politiche antimperialiste, megafono del verbo della rivoluzione e del riscatto dei Sud del mondo. Lanciano l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) in funzione anti-statunitense. L’emblema è un pugno chiuso, come quello che Diego usò al mondiale contro l’Inghilterra, vendicando gli argentini uccisi in battaglia dai colonizzatori inglesi. Era il “Pugno De Dios”. Simbolo del riscatto di tutto il Sudamerica.

DIegO fu spesso il trait d’union dei presidenti socialisti di quei paesi. Con loro nel 2005 diviene il “macchinista” del treno dell’ALBA che porta migliaia di persone a Mar Del Plata per affossare l’ALCA, il trattato di libero scambio che Bush voleva imporre per colonizzare il Sudamerica. DIegO è il protagonista di quella impresa. Acclamato dalla folla come un leader rivoluzionario, sale sul palco con Chavez indossando la maglietta “Bush War Criminal”. Gli USA escono per la prima volta sconfitti da un vertice.                                                                                                                     I nomi dei responsabili di quella disfatta finiscono probabilmente su una black list.

Dopo che ho pubblicato i primi video con le anteprime del libro, molti utenti mi hanno scritto meravigliati degli incredibili e diabolici collegamenti che ci sono stati tra politica e calcio. A partire dai mondiali del 78 in Argentina quando proprio il calcio servì a coprire una dittatura e legittimare quei dittatori agli occhi del mondo. Molti altri si sono detti sorpresi di scoprire che nel 1978 il potente Segretario di stato americano Henry Kissinger fosse allo stadio al fianco del dittatore Videla e di Licio Gelli della loggia massonica P2, e che i 3 fossero ancora insieme la sera stessa a festeggiare all’hotel Plaza. Hanno anche dimostrato tutti grande meraviglia nell’apprendere che Videla e Kissinger andarono insieme a parlare con i giocatori del Perù prima della semifinale contro l’Argentina. Semifinale che gli argentini dovevano vincere con almeno 4 goal di scarto per qualificarsi. E di goal, grazie a quella incursione negli spogliatoi, ne fecero addirittura ben 6. La vittoria di quel mondiale serviva alla dittatura. E la dittatura serviva ai potenti apparati statunitensi. Nulla avrebbe mandato in tilt il oro progetto.

Il Diego Maradona rivoluzionario è stato un elemento di rottura con la narrativa imposta negli ambiti in cui si è espresso di più: il calcio e la politica.

“Le federazioni calcistiche nascono per tutelare il calcio e i calciatori”. “I leader socialisti vanno combattuti perché sono dittatori”. “Chi diventa ricco e famoso non può lottare per le istanze degli ultimi perché è il potere che lo tutela”. Questi sono alcuni dei punti che il pensiero unico dominate da sempre prova ad imporre, perché funzionali ai propri interessi e che Diego, invece, come una scheggia impazzita che sfugge al controllo, ha completamente sovvertito. Comportandosi come quelle particelle subatomiche che in ambito quantistico agiscono in maniera assolutamente imprevedibile, mandando in tilt le leggi della fisica tradizionale e ogni paradigma fino ad allora conosciuto.

Diego è stato quel “quanto” che si è comportato, ora da onda e ora da particella, a seconda dell’osservatore che aveva davanti. Non era possibile prevederne le mosse come non è possibile prevedere i comportamenti dei quanti nella fisica subatomica. Tutto si riduce ad un mero calcolo di probabilità. Più arrogante era il potere, più probabilità c’erano che le azioni di Diego fossero di contrasto a quelle azioni. Più indifeso era il popolo e più probabilità c’erano che Maradona si schierasse al suo fianco. Non amava tutti i socialisti. Non odiava tutti i potenti.

Il suo comportamento dipendeva unicamente dal punto di vista dell’osservatore, proprio come in quantistica. Ovviamente chi prova a rivoluzionare i dettami imposti dal pensiero unico; chi prova a sovvertirne i paradigmi, soprattutto se si tratta di una delle persone più conosciute al mondo, diventa una spina nel fianco del vero potere a cui rischia di far saltare i programmi se non fermato anzitempo.

La forza del sistema dominante consiste nel veicolare la percezione delle masse e indirizzarla su binari prestabiliti, imponendo la propria narrativa per associazioni indotte: “Diego è un drogato”; “I socialisti sono dittatori”. Ergo: solo un drogato fuori di testa può appoggiare quei leader socialisti. “Diego sniffava cocaina”. “Diego è stato squalificato per doping negli USA”. Ergo: Diego negli Usa si è drogato.

Di esempi ce ne sarebbero tanti. Costruire la narrazione in questo modo, imporla come la versione condivisa da tutti, ha fatto in modo che sia rimasto nell’ombra tutto quello che avete letto in questa inchiesta. Perché i vostri pensieri su quegli specifici argomenti sono stati condizionati.

Esiste un interessante video a riguardo: Una insegnate mostra a tutti gli alunni presenti nella sua aula una cartellina: “Vi voglio dimostrare che la mente dell’essere umano è debole – spiega la donna- e che abbiamo tutti la tendenza a dire o a fare quello che dicono o fanno tutti gli altri”. A quel punto l’insegnate mostra una cartellina di colore verde e domanda agli alunni: “di che colore è?”

Verde rispondono tutti in coro.

Bene – annuisce la professoressa – se ora dovesse arrivare qualche alunno in ritardo, che non ha ascoltato questa mia spiegazione, ed io durante la lezione vi dovessi chiedere nuovamente di che colore è la cartellina, dovrete rispondermi tutti che è rossa”.

Dopo qualche minuto lo studente ritardatario arriva e si accomoda in mezzo agli altri. L’insegnate è intenta in una spiegazione sul positivismo: “in filosofia esistono correnti di pensiero che non ammettono altre realtà che non siano i fatti. Filosofi che affermano che ci sono realtà inequivocabili che non ammettono discrepanza”. A quel punto prende nuovamente la cartellina verde in mano e si rivolge ad alcuni studenti complici: “se io per esempio ti chiedo di che colore è questa cartellina, tu seduto in seconda fila cosa mi rispondi?”

È rossa, risponde lo studente.

“E tu che mi rispondi?” chiede ad una studentessa seduta qualche fila più indietro.

È rossa, risponde la ragazza.

La stessa domanda viene posta a diversi studenti e tutti rispondono che la cartellina è di colore rosso. Quando arriva il turno dello studente ritardatario, la risposta richiede qualche secondo in più. Il ragazzo si rende conto che la cartellina è verde ma ha sentito tutti gli altri rispondere che è rossa. Così, dopo un attimo di titubanza, si accoda al pensiero unico: È rossa risponde.

Finalmente l’insegnate può fornire la sua spiegazione agli alunni: “siete stati testimoni diretti della debolezza dell’essere umano quando viene sottoposto alle pressioni del suo ambiente. Secondo Nietzsche il mondo può dividersi in due tipi di persone: quelli che seguono i propri desideri e quelli che seguono i desideri degli altri. Le prime sono forti e non si lasciano comandare da nessuno. Le seconde sono deboli e si limitano a fare quello che dicono e fanno gli altri. E questi ultimi sono l’assoluta maggioranza. Sottomessi alle idee degli altri. Come diceva Kant, l’essere umano è l’unico animale che necessita di un padrone per vivere.

Questo esempio è calzante perché Diego ha rappresentato in tutto e per tutto quei pochissimi individui che appartengono alla prima categoria. Ma vi dico di più. Se solo uno studente avesse tradito il patto, dichiarando che la cartellina era verde. Lo schema sarebbe saltato. L’esperimento sarebbe saltato. Il piano sarebbe saltato. Perché anche lo studente ignaro del gioco, avrebbe trovato il coraggio di dichiarare il vero colore della cartellina confidando sul fatto che qualcuno prima di lui avesse interrotto quello schema.

Ecco. Maradona era uno di quelli che con le sue azioni e con le sue dichiarazioni rischiava ogni volta di far saltare lo schema imposto dal potere. Quando ai calciatori veniva imposta l’idea che la federazione calcistica fosse nata per tutelarli (cartellina rossa). Maradona ribatteva, invece, che la federazione tutelava solo i propri interessi contro quelli dei giocatori in campo (cartellina verde).

Quando il pensiero unico provava ad imporre l’idea che i leader socialisti fossero tutti dei dittatori (cartellina rossa). Maradona spiegava che non si possono giudicare le azioni di un leader politico se costretto a subire embarghi per decine di anni, attacchi speculativi, attacchi finanziari e attacchi fisici che inevitabilmente lo costringono a vivere in una trincea con il proprio popolo. (cartellina verde).

Questo atteggiamento destabilizzava i programmi del vero potere. Perché una sola persona che interrompe lo schema, rischia di farlo saltare, inducendo altre persone a rispondere in base a quello che vedono e non in base a quello che gli viene detto di dire o in base a quello che tutti gli altri accettano come verità assoluta.

Il Diego rivoluzionario di questa inchiesta appena terminata, vi ha mostrato che certe cartelline sono verdi nonostante sia più comodo a tutti fingere che siano rosse, per non contraddire la richiesta e i desiderata di chi si trova gerarchicamente in una posizione superiore. Con questo non vi sto dicendo che deve piacervi il rosso. Né che il rosso sia il colore più giusto per una cartellina. Io vi ho raccontato la verità. Indipendentemente dal colore politico dei protagonisti di questa inchiesta e indipendentemente dal fatto che il loro colore politico ci piaccia o meno. La verità non può tenere conto del giudizio soggettivo.

Diego Maradona, ha compromesso la sua carriera e probabilmente la sua vita per lottare per i propri ideali, per cose a cui a torto o ragione credeva fermamente. Si è schierato affianco dei popoli e mai del potere. Il desiderio di Diego non era quello che diventassimo tutti comunisti, socialisti o dittatori. Il desiderio di Diego e che venissero messi al cento i popoli, le loro sovranità e la loro autodeterminazione. L’altro suo desiderio era quello che il mondo potesse un giorno conoscere la verità sulle ragioni degli attacchi che ha subito.

“C’è gente, in giro, che ancora non riesce a dormire perché sanno che qualcuno gli ha ordinato: fai questo a Maradona e loro l’hanno fatto – scrive Maradona nella sua autobiografia – vorrei radunare tutti gli elementi, tutte le prove e poi andare alla FIFA. Magari a sessant’anni, però andarci, dare un calcio alla porta e rivelare la verità.”

Purtroppo DIegO non ha fatto in tempo. Proprio a sessant’anni ci ha lasciati. Ma io ho voluto radunare tutti gli elementi.

Spero che questa inchiesta sia il suo calcio alla porta dei potenti.

 

Francesco Amodeo