INSIEME possiamo superare la crisi economica e sanitaria: Ecco i 4 punti per farlo subito.

INTRODUZIONE ALL’INIZIATIVA

A Napoli abbiamo organizzato i funerali dell’economia campana,  (clicca per il video) con tanto di carro funebre e corteo di commercianti e lavoratori al seguito. Un’iniziativa che ha avuto un enorme successo, sia dal punto di vista della partecipazione che dal punto di vista mediatico. Sapevamo che avremmo offerto ai media main-stream lo zuccherino da venire a raccogliere. Migliaia di persone in fila dietro ad un carro funebre che trasportava il feretro dell’economia campana, avvolto da una bandiera tricolore. Le immagini sono state rilanciare per giorni da tutti i Tg regionali e nazionali ed hanno riempito intere pagine di giornali.

Quello che abbiamo realizzato in Campania è stato un test importante, ora pronto a diventare un format nazionale.

Ciò che ha colpito più di tutto i partecipanti – costringendo i media a censurare integralmente la parte dedicata al comizio sotto la Regione – sono stati i punti programmatici proposti dagli organizzatori, a nome di tutte le categorie rappresentate.

Non c’erano slogan contro il presidente della Regione; non c’era accenno alle scelte di politiche regionali. Non si provava a negare il virus; né a scongiurare il lockdown per partito preso. L’idea è stata quella di prendere per buono tutto quello che ci raccontano sulla pandemia. Fino ad arrivare all’unica conclusione possibile: per sconfiggere il virus e le sue conseguenze, sotto tutti i punti di vista, c’è bisogno di fondi. Sia che si analizzi la questione dal punto di vista sanitario, che lo si faccia dal punto di vista economico e sociale. I fondi servono per creare nuove terapie intensive; per acquistare ventilatori polmonari; per aprire in tempi brevi reparti covid; per sanificare continuamente gli ambienti; per fare i tamponi; per investire in ricerca. Tutte queste voci dipendono solo dalla disponibilità di fondi da parte degli stati. Ma questo vale anche per la messa in sicurezza dei cittadini dal punto di vista economico. Se il cittadino viene opportunamente ed integralmente risarcito, accetterà determinate misure. Se, invece, è costretto a scegliere tra il fallimento sicuro della propria azienda, conseguenza delle misure imposte o la sempre più remota possibilità di morire di Covid, è ovvio che sceglierà la disobbedienza e la protesta, per scongiurare la sicura morte economica della propria attività. Se in caso di un eventuale lockdown, lo stato coprisse anticipatamente, il 100% del fatturato perso nei mesi di chiusura, calcolato su una media del fatturato annuale dell’anno precedente, la reazione dei cittadini sarebbe diversa, qualora la chiusura totale, dipendesse davvero da condizioni di estrema urgenza e di necessità. Ma per promettere una soluzione del genere, assolutamente legittima, c’è bisogno di soldi. Così come c’è bisogno di soldi per potenziare la risposta sanitaria alla pandemia. Siamo, invece, tutti concentrati sulle soluzioni più disparate, ignorando che hanno tutte, come comune denominatore, la mancanza di fondi. Il famoso detto: “l’importante è la salute” regge quando la tutela della salute non è strettamente collegata alla disponibilità economica necessaria, per fare fronte ad una pandemia e mettere la salute in sicurezza, tanto dei cittadini quanto delle imprese.

Allora perché sgolarsi su proposte secondarie. Perché creare schieramenti in una guerra tra poveri. Tra chi vuole tutelare la propria salute a qualsiasi costo e chi, a qualsiasi rischio, vuole tutelare la propria attività commerciale. Tra chi ha paura di morire di Covid e chi ha paura di morire di fame, rinunciando alla sicurezza economica.

Lo capiamo che il destino di tutte queste categorie è legato ad una questione di fondi?

Concentriamoci allora su questo unico punto comune. Come facciamo a fare arrivare i soldi necessari alle istituzioni per mettere in sicurezza e potenziare il sistema sanitario? Come facciamo a fare arrivare i soldi necessari ai cittadini e alle aziende per mettere in sicurezza le proprie attività? Il problema vero dovrebbe essere come combattere il virus, un nemico invisibile, che non sappiamo da dove provenga né come fermarlo, invece pare che il problema siano i fondi, la cui disponibilità dipende esclusivamente da scelte politiche.

Passiamo allora alla prima domanda.  In modo che scopriamo chi “occuperà” il primo feretro, al funerale nazionale dei vincoli di spesa, che andremo ad organizzare.

I soldi chi li crea? Chi li emette?

Fino al 1971, l’emissione della moneta era legata alla convertibilità del dollaro in oro. Più soldi volevi emettere più oro dovevi convertire. Poi quella copertura è saltata quando gli americani – per far fronte alle spese militari della guerra in Vietnam – decisero di sganciare il dollaro dall’oro: liberi tutti, c’è stata la guerra, è stato il loro principio per giustificare quella scelta epocale. Bene, aggiungerei io, liberi tutti ora c’è stata la pandemia.

Quando in conferenza stampa  fu chiesto a Mario Draghi che da governatore della BCE gli euro li firmava oltre ad emetterli:

Potete mai finire i soldi?

Draghi rispose “No”, specificando che “le banche centrali non possono mai finire i soldi” perché li creano senza alcun collaterale in cambio. Per questo ha aggiunto: “abbiamo risorse per far fronte a qualsiasi emergenza”.

 

   

Questo dimostra che la pandemia è considerata un’emergenza solo se l’allarmismo serve a chiudere i popoli in casa o a far sì che accettino distorsioni della democrazia, ma pare non esserci emergenza per le istituzioni finanziarie che potrebbero contrastarla. La BCE, infatti, potrebbe farci uscire dall’emergenza, semplicemente modificando un comma del proprio statuto nella parte che prevede che:

Conformemente all’articolo 123 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, è vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia da parte della BCE o da parte delle banche centrali nazionali, a istituzioni, organi o organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di settore pubblico o ad imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.”

In pratica questo articolo proibisce esplicitamente alla BCE di prestare agli stati e di finanziare il deficit statale.Per farlo, il meccanismo vigente prevede che la banca centrale europea debba darli ai mercati (banche, istituzioni finanziarie private) a tassi bassissimi, spesso vicino allo zero, e questi li presteranno agli stati, acquistando i loro titoli di stato, ad un tasso d’interesse che andrà a creare la spirale del debito pubblico.

Questa triangolazione, già di per sé inaccettabile, non è assolutamente più tollerabile in una condizione di post pandemia globale. E vi fa capire che la mancanza di soldi è solamente una scelta politica.

La Bce lo sa bene, ed infatti, senza modificare il proprio statuto, ha però cominciato a fare quello “che non potrebbe fare” ossia acquistare una grossa quantità di titoli di stato in pancia alle banche, per fare in modo che queste a loro volta continuino ad acquistarli dagli stati, facendo così calare gli interessi, grazie alla garanzia della BCE. Questo aggiustamento produce sicuramente dei risparmi ma non è né risolutivo né definitivo. Non è proporzionato all’emergenza che stiamo vivendo. Dimostra però che la soluzione la conoscono bene ma non vogliono applicarla in maniera radicale, pur di tutelare i loro interessi. Ossia non vogliono modificare il comma di quello statuto, per fare sì che i titoli emessi dagli stati, per far fronte all’emergenza, siano interamente assorbiti dalla BCE in modo diretto e perpetuo. Parliamo di miliardi di euro che tornerebbero nella disponibilità dei governi per la messa in sicurezza dei cittadini. Invece cosa accade: mentre la nostra costituzione l’hanno messa in un cassetto ed hanno gettato la chiave, per far fronte all’emergenza sanitaria, mentre la democrazia è finita in quarantena, così come i diritti sanciti dalla carta costituzionale; guai a chiedere alle istituzioni finanziarie, di depennare un comma del loro statuto.

  • Nel primo feretro, allora, ci sarà lo statuto della BCE. E tutti saremo chiamati a dargli l’estremo saluto.

Dobbiamo capire che la pandemia, da questo punto di vista, ci dà un’occasione unica ed epocale. Chiunque abbia intrapreso questa battaglia prima del Covid, sa bene che ogni qual volta abbia provato ad avanzare un’ipotesi del genere, andava a sbattere contro un muro di gomma chiamato INFLAZIONE. Ci dicevano, infatti, che troppa moneta in circolazione avrebbe creato inflazione e di conseguenza svalutato i nostri beni ed i nostri soldi in banca. Questo assunto, per quanto parzialmente falso e ingannevole, poteva però reggere in una condizione di normalità. Ma in una condizione come quella che stiamo vivendo oggi, che è comune a tutti i paesi europei ( non si tratta, quindi, di cattiva gestione dei fondi da parte dell’Italia); dove milioni di persone rischiano di perdere il posto di lavoro, dove centinaia di migliaia di attività commerciali rischiano di chiudere, svalutandosi quindi del 100%;  dove c’è in ballo la salute e la vita stessa dei cittadini, a causa di un virus invisibile che non si riesce a debellare, lo spauracchio dell’inflazione non può più reggere. Ammesso e non concesso che quel pericolo ci fosse realmente, sarebbe nullo davanti ai rischi che stiamo correndo per mancanza di fondi. Il re è finalmente e totalmente nudo. O agiamo adesso o non avremo mai più un’occasione del genere per dimostrarlo. Tutto quello che ci resta da fare è comunicarlo al mondo.

Oltretutto siamo in un momento in cui l’Europa intera ha esattamente il problema opposto, ossia è in deflazione.E dovrebbero spiegarci perché, i soldi creati dalla Bce e dati direttamente agli stati, potrebbero creare inflazione, mentre quelli creati dalla stessa Bce ma dati agli stati attraverso intermediari e prestiti o attraverso i vari Mes e Recovery Fund, non sortirebbero lo stesso effetto.

La realtà è che vogliono che quei soldi corrispondano ad un debito. Tutto qui. Voi pensate a combattere il virus. Loro pensano a come trasformare le soluzioni in debiti.

  • Passiamo al secondo feretro. Che trasporterà i vincoli del fiscal compact a cui siamo tutti chiamati a dare l’ultimo saluto.

Il “patto di bilancio” ha per oggetto il contenimento del debito pubblico. In particolare prevede due impegni da parte di ogni stato firmatario: il pareggio di bilancio, per non fare altro debito, una vera ghigliottina per la spesa pubblica, soprattutto per quella sanitaria che è una delle principali voci di spesa. Prevede che entrate e uscite debbano combaciare. Se la pandemia ci costringe a spese massicce e improvvise, dobbiamo prima trovare le entrate (tasse) corrispettive e portare le due voci in pareggio. In pratica l’emergenza sanitaria, con questo sistema, la devono pagare i cittadini.

Ma il fiscal compact prevede anche l’alleggerimento del debito già accumulato, attraverso un piano di rientro ventennale, per riportarlo al di sotto del 60% del prodotto interno lordo (Pil). Ma passare dall’attuale 150% circa al 60% richiederebbe una serie di tagli, che hanno già portato, in passato, al collasso del sistema sanitario nazionale con le politiche di austerity, rendendolo impreparato oggi a far fronte alle sfide della pandemia che da ora in avanti non potranno più essere sottovalutate.

Questo rende il fiscal compact anacronistico ed inattuabile con le nuove sopraggiunte sfide mondiali. Oltretutto non si può continuare a tenere in considerazione un rapporto tra debito/pil, con il prodotto interno lordo calato del 10% a causa di una pandemia mondiale e non per sprechi o errori dei politici nazionali. Anche questo i burocrati europei l’hanno capito e hanno quindi finto di sospendere i vincoli europei, dopo la richiesta, non pervenuta dall’Italia ovviamente, ma da Francia e Germania. Ma è una sospensione fittizia e non definitiva. Quindi porta benefici molto limitati e solo nel breve periodo. Anche in questo caso, non è una misura proporzionata all’emergenza che stiamo vivendo. Perché i governi, sapendo che molto presto i vincoli verranno riattivati, non si scostano da quei parametri, con la certezza che gli sarà poi richiesto di rientrare. In Tv abbiamo assistito alla patetica performance del vicepresidente del parlamento europeo, Fabio Castaldo del Movimento Cinquestelle, che davanti ai ristoratori disperati in marcia verso Roma, ha esordito dicendo: “il governo non può fare di più, perché il nostro alto debito pubblico ci costringe a non poterci discostare troppo dai parametri di bilancio come Francia e Germania.” In pratica davanti a persone disperate, che stanno per chiudere le proprie attività a causa delle scelte del governo e che non sanno come dare da mangiare ai propri figli, Castaldo a nome dell’Unione Europea, ha parlato di vincoli di bilancio e di debito pubblico. Un debito pubblico che potrebbe calare del 30% immediatamente senza sforzo alcuno.

Basterebbe considerare solo il debito netto e non il debito lordo. Ossia basterebbe che la BCE accettasse di sottrarre al debito pubblico, tutto l’ammontare dei titoli che ha in pancia. Il debito calerebbe in un attimo del 30%. Alla BCE quel mancato rimborso non costerebbe nulla. Gli italiani (europei) risparmierebbero miliardi, da investire per far fronte alla crisi dovuta all’emergenza sanitaria. Ed a quei ristoratori, si sarebbe potuto rispondere, che avrebbero ricevuto il 100% delle perdite conseguite.

Arriviamo quindi al primo Slogan della manifestazione: Per superare le conseguenze della pandemia. In quarantena devono finire i debiti.

  • Passiamo al terzo feretro quello che accompagnerà nel suo ultimo viaggio la normativa europea che vieta gli aiuti di stato alle imprese:

Gli aiuti di Stato sono vietati dalla normativa europea e dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che disciplina la materia agli articoli 107 e 108.

Questa normativa diventa anacronistica e inaccettabile in una condizione di post pandemia globale. Non è pensabile, infatti, che aziende italiane strategiche siano costrette a chiudere, perché lo stato le ha bloccate per mesi per far fronte all’emergenza sanitaria e non possano ricevere aiuti da chi ne ha causato il fallimento. Al tempo stesso però, rischiano di finire nelle mani di investitori stranieri. Oggi ci troviamo al paradosso, che vede i cinesi rilevare aziende strategiche italiane, finite in crisi a causa di un virus proveniente proprio dalla Cina. E lo stato italiano deve assistere inerme al passaggio di mano, perché c’è una normativa europea che non gli permette di allungare la sua, pur essendo il responsabile del fallimento di quelle aziende.

Nonostante la normativa in questione preveda una serie di deroghe in casi eccezionali a cui noi italiani non siamo neanche riusciti a fare ricorso. Infatti lo stato non è riuscito “a garantire che le imprese di tutti i tipi dispongano di liquidità sufficiente e di preservare la continuità dell’attività economica durante e dopo l’emergenza epidemiologica Covid-19

La Commissione europea ha validato, invece, il maxi piano tedesco all’interno del “Quadro temporaneo di aiuti di stato” per il sostegno all’economia colpita dalla crisi. La Germania ha da sempre bypassato questo vincolo, attraverso l’istituzione di una rete capillare di banche del territorio, che fungono da banche pubbliche, senza avere però i limiti imposti dall’Unione Europea a questo tipo di soggetti. Attraverso la KfW, ossia la banca per la ricostruzione del dopoguerra, il governo tedesco ha canalizzato negli anni tutta una serie di operazioni che altrimenti figurerebbero nei conti dello Stato. La KFW – come ho già denunciato nel 2014 nell’inchiesta La Matrix Europea  (è posseduta all’80% della Repubblica federale e al 20% dai Länder, ossia altri soggetti pubblici) e finanzia direttamente la spesa pubblica, senza che le risorse utilizzate per finanziare quella spesa, vengano aggiunte al debito pubblico. Tutto questo è consentito dai criteri contabili europei, che escludono dal computo del debito pubblico, quello delle società pubbliche che coprono i propri costi per oltre il 50% con ricavi di mercato. La KfW rientra in questo criterio.

Perché l’Italia non ha una banca pubblica che possa perseguire i medesimi scopi, aiutando le proprie aziende e invece le lascia fallire?

Non siamo riusciti a neanche a fare appello al comma che prevede aiuti nel caso di “un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro”. Come mai? Le conseguenze della pandemia non hanno forse turbato la nostra economia?

È arrivato allora il momento di dare l’estremo saluto a questa normativa.

  • Il quarto feretro, invece, trasporterà i contributi dell’Italia all’Unione Europea.

 In pochi sanno che l’Italia è un contributore netto in Europa. Ossia dà all’Unione Europa più di quanto riceve sotto forma di fondi europei. Questo avviene da sempre, come dimostra lo schema.

Mediamente diamo circa 6 miliardi (6 MILA MILIONI DI EURO) di euro in più. Quando sentite parlare di fondi europei, sappiate che stanno parlando, in realtà, di fondi italiani che tornano indietro dall’Europa e sono sempre inferiori a quelli versati dall’Italia. Primo grosso inganno.

Il secondo inganno è dovuto al fatto che questi fondi, devono essere destinati a specifici progetti imposti dall’Unione Europea e devono essere cofinanziati dalle nostre istituzioni. Avete mai letto sui giornali che la Campania no ha saputo spendere i fondi europei? Tantissime volte. E vi sarete chiesti: “com’è possibile non riuscire a spendere dei fondi, con le migliaia di cose che ci sarebbero da fare?” E qui arriviamo al secondo inganno. Non saper spendere vuol dire, in realtà, che la Regione non ha la possibilità economica di cofinanziare quei progetti. Le amministrazioni locali, a causa del pareggio di bilancio, sono bloccate dal patto di stabilità interno. Per fare fronte ad una spesa, quindi, devono anch’esse avere il corrispettivo in entrate (tasse). Se non trovano le entrate o non possono mettere nuove tasse, non possono cofinanziare il progetto e quei fondi tornano indietro. Ecco cosa vuol dire “non ha saputo spendere i fondi”.

Facciamo un esempio banale ma pratico: Date una carta di credito ad una donna in un centro commerciale e ditele che può spendere fino a 10.000 euro. Credete che abbia difficoltà a spenderli? Assolutamente no. Provate invece a dirle che ha 10.000 euro da spendere ma per ogni 1000 euro che spende ne dovrà mettere lei 400. Vi accorgerete a quel punto che non potrà spendere tutti i soldi e molti vi torneranno indietro.

È arrivato allora il momento di celebrare il funerale dei contributi italiani all’Unione Europea. Non è pensabile in un periodo di post pandemia, dove non ci sono i soldi per la messa in sicurezza dei cittadini, dover versare miliardi di euro all’Unione Europea, che ha una propria banca centrale che quei soldi li crea dal nulla.

CONCLUSIONE

Se saremo in grado di organizzare questi “funerali” di protesta in tutta Italia, con immagini ad effetto che non potranno essere ignorate dai media, dopo una attenta campagna di sensibilizzazione sui punti proposti. Utilizzando necrologi specifici per ogni singola normativa e vincolo di bilancio a cui siamo chiamati a dare l’estremo saluto, allora potremo davvero incidere in maniera radicale sul cambiamento. Non esistono soluzioni intermedie. L’emergenza sanitaria ed economica, causate dalla pandemia, non sono compatibili e non sono superabili all’interno dei vincoli europei. Nei trattati europei, infatti, non è mai menzionata la parola crisi. Trattandosi di istituzioni centralizzate con pieni poteri, non hanno mai preso in considerazione la possibilità di una crisi sistemica, ma solo di una crisi di singoli stati. Quindi le conseguenze di uno shock esterno come la pandemia, non sono risolvibili con i parametri europei e non potranno mai essere superate all’interno degli stessi.

Ora bisogna fare una scelta: salvare i vincoli di bilancio o mettere in sicurezza cittadini e aziende?

Invito gli italiani ad attivarsi per l’organizzazione nazionale dei funerali dei vincoli di spesa, prima che gli stessi causino la morte delle loro attività.

Le esequie dovranno svolgersi contemporaneamente in tutte le maggiori città italiane. Con migliaia e migliaia di cittadini, dalla Sicilia al Piemonte. I punti proposti dovranno essere soltanto i 4 elencati nel documento. Premesso che i 4 punti non sono quelli propri di un’auspicabile e completo ritorno alla sovranità monetaria, che richiederebbe tempi lunghissimi. Ma nella fase di emergenza, dobbiamo pretendere nell’immediato:

  1. Abolizione del vincolo che impedisce alla BCE di fornire liquidità direttamente agli stati.
  2. Abolizione definitiva dei vincoli imposti dal Fiscal Compact che richiedono tagli alla spesa.
  3. Abolizione definitiva dei vincoli che vietano allo stato di concedere aiuti direttamente alle imprese.
  4. Abolizione dei contributi dell’Italia al bilancio dell’Unione Europea per tutta la durata della fase emergenziale.

 

Se il popolo capisce che in questi 4 punti ci sono le soluzioni ai problemi di tutte le categorie. E che questi punti riguardano sia coloro che richiedono misure estreme per far fronte all’emergenza sanitaria, che coloro che richiedono misure estreme per far fronte all’emergenza economica. Che possono essere condivisi sia da chi pensa che la pandemia sia frutto di un evento naturale che da chi sostiene che sia il risultato di un evento indotto e programmato. Questi punti accomunano tutti. Ed attorno ad essi si deve ricompattare il popolo.

La marcia dovrà essere pacifica.

I singoli cittadini potranno aderire registrandosi gratuitamente a “Noi Italiani” dal sito www.francescoamodeo.it  o al gruppo INSIEME.

I gruppi e le categorie potranno scrivere a noi@francescoamodeo.it specificando l’attività del gruppo e la città/regione di appartenenza.

Il tempo stringe. Il tempo è adesso.

Ora tocca a Noi. INSIEME.

Francesco Amodeo

 

 

La Matrix Europea (Ed. 2019)