La Cina fa arrestare il tycoon dei media pro democrazia di Hong Kong. E’ un attacco al mondo democratico e una provocazione contro gli USA.

Jimmy Lai, “magnate” di Hong Kong, uno degli uomini più ricchi dell’ex colonia, a capo di un vero e proprio impero commerciale e soprattutto mediatico è stato arrestato ad Hong Kong.  Proprietario del gruppo Next Media, e di testate che si sono distinte, negli ultimi tempi, per la loro posizione apertamente pro-democrazia e fortemente critica nei confronti del regime cinese, del Partito Comunista al potere e dello stesso presidente-imperatore Xi Jinping. Le accuse contro Lai sono pesantissime, punibili con il carcere a vita – se deportato in Cina – ai sensi della nuova e controversa legge sulla “Sicurezza Nazionale” entrata in vigore a Hong Kong lo scorso 1° luglio: “tradimento, frode e collusione con potenze straniere”. Il magnate cinese aveva anche incontrato l’anno scorso il segretario di Stato Pompeo e il vice presidente Mike Pence e nel corso di una conferenza stampa aveva apertamente sollecitato l’adozione, da parte degli Stati Uniti, della legge pro-democrazia battezzata dal Congresso “Hong Kong Human Rights and Democracy Act”.

Arrestati anche due figli del tycoon e i dirigenti di Next Digital: tutti legati alla inaccettabile legge imposta – da Pechino – apparentemente per proteggere la Cina dalle forze “secessioniste” e “sovversive” ma in realtà per estirpare la democrazia dall’ex colonia, infrangendo il trattato firmato con Londra. Qualcosa che avrebbe dovuto trovare la ferma opposizione dell’Unione Europa e delle democrazie occidentali e che invece vede in trincea solo Donald Trump.

Si tratta, infatti, di una evidente ritorsione cinese nei confronti della decisione del presidente americano di imporre sanzioni contro diversi alti dirigenti e politici di Hong Kong, compresa l’attuale governatrice, Carrie Lam, in risposta alle quali la Cina ha annunciato sanzioni contro un gruppo di 11 americani, inclusi legislatori e alti dirigenti di ONG americane. Lo scontro, arrivato ad un punto di non ritorno, tra Washington e Pechino, si concentra sempre più su Hong Kong”. Il silenzio dell’Europa è assordante. Mentre inaccettabile resta il silenzio complice del Vaticano con Papa Francesco che è stato aspramente criticato per avere tolto, all’ultimo momento, dal suo angelus domenicale il riferimento previsto alla difficile situazione della democrazia a Hong Kong.

Qui o si difende la democrazia o si muore in dittatura.

Francesco Amodeo