I migliori articoli selezionati per voi: L’accordo di cooperazione militare tra Italia e Ucraina: cosa comporta?

Italia e Ucraina, rappresentate rispettivamente dal presidente Volodymyr Zelensky e dalla premier Giorgia Meloni, hanno sottoscritto lo scorso 24 febbraio a Kiev un accordo di cooperazione militare ed economica della durata di dieci anni (rinnovabili)[1].

Premessa la condanna dell’aggressione russa, che ad avviso delle parti sarebbe avvenuta in violazione della Carta delle Nazioni Unite e l’impegno per il ripristino dei confini del 1991 (in che modo non è dato sapere…), l’intesa si compone di venti articoli, e fa seguito a quelle sottoscritte da altre nazioni europee – come Francia, Germania e Regno Unito[2] – rispetto alle quali, però, l’accordo nostrano si presenterebbe meno “pervasivo” [3].

Il documento prevede la prosecuzione del sostegno di Roma[4] a Kiev “finché sarà necessario”, assieme all’impegno di “fornire assistenza all’Ucraina nel mantenere la sua difesa di alta qualità e la superiorità militare nelle condizioni di trasformazione politica e di sicurezza regionale rapida, incerta e complessa”. L’Italia, inoltre, darà assistenza e supporto al processo di adesione del paese a UE e NATO.

La clausola che ha fatto più discutere, però, resta quella secondo cui (art. 11) “nel caso di un futuro attacco armato da parte della Russia all’Ucraina”, i due governi “si consulteranno entro 24 ore per determinare le misure e le opportune misure successive necessarie per contrastare o contenere l’aggressione”; ad ammorbidirne i contenuti interviene la precisazione che qualunque iniziativa avverrà nel rispetto delle previsioni costituzionali e degli impegni internazionali (bontà loro…), oltre che nei limiti delle capacità economiche e mezzi disponibili delle parti.

Roma e Kiev concordano nel voler “… garantire la capacità delle forze di sicurezza e di difesa dell’Ucraina di ripristinare completamente l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale e di aumentare la resilienza dell’Ucraina affinché sia sufficiente a scoraggiare e difendersi da futuri attacchi e coercizioni”, assieme a dare vita a forme di cooperazione “… nella creazione di forze sostenibili in grado di difendere l’Ucraina ora e di scoraggiare l’aggressione russa in futuro”.

L’accordo è servito anche per fare il punto degli oneri finora sostenuti dall’Italia per il supporto al paese ex sovietico: “… 110 milioni di euro sono stati stanziati per il sostegno al bilancio, 200 milioni di euro per prestiti agevolati, 100 milioni di euro per gli aiuti umanitari, 820 milioni di euro per il sostegno ai rifugiati ucraini in Italia, circa 400 milioni di euro per il sostegno macro-finanziario, 213 milioni di euro per sostegno allo sviluppo, 200 milioni di euro a sostegno della sostenibilità energetica dell’Ucraina”, senza dimenticare gli otto pacchetti di aiuti militari e gli ulteriori impegni per l’anno in corso, che potranno estendersi per il prossimo decennio: facendo un po’ di conti, si parla di oltre due miliardi tra aiuti civili e militari, per quanto ogni stima rischi di non essere esaustiva.

Il supporto non riguarda solo il settore militare e della difesa, visto che ulteriori impegni riguardano il sostegno all’apparato produttivo e industriale ucraino, i servizi di intelligence, la cyber security e la lotta al crimine organizzato; si prevedono investimenti per la formazione del personale militare ed esercitazioni congiunte, anche per sviluppare la “… interoperabilità con gli alleati della NATO”.

L’Italia preme per garantirsi un ruolo nella fase della ricostruzione post-bellica, incluse le infrastrutture energetiche e produttive, che si innesterebbe in quelli scenari da molti ribattezzati come “shock economy”, con riferimento ai proventi colossali realizzati dai grandi apparati produttivi e industriali per effetto di guerre e/o di emergenze varie ed eventuali[5].

Per restare al capitolo riferito agli oneri della ricostruzione, le parti concordano nel valutare di porli, in tutto o in parte, a carico della Federazione russa, indicata come paese aggressore, non escludendo il ricorso agli asset posti sotto sequestro in Occidente: come imporre tali prescrizioni a Mosca non è dato sapere. L’Italia, inoltre, si è offerta di ospitare la Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina, in calendario per il 2025, con un “coinvolgimento di tutti i partner rilevanti, incluse le compagnie private e i donatori internazionali […] essenziale per assicurare un futuro prospero per l’Ucraina”, ovviamente sempre nella prospettiva di guadagnare una fetta del lucroso affare del dopoguerra.

Le parti esprimono condanna per i (presunti) crimini di guerra commessi dalla Russia, mentre attendiamo con fiducia che analoghi impegni e dichiarazioni vengano siglati con riferimento ad altri teatri conflittuali (tipo quello mediorientale).

Infine, per quanto concerne la copertura degli eventuali oneri finanziari, l’intesa si limita a prevedere che avverrà “in accordo con il budget ordinario disponibile, senza alcun costo aggiuntivo per il bilancio dell’Italia e dell’Ucraina”.

L’accordo in questione non verrà sottoposto alla ratifica del Parlamento italiano (art. 80 Cost.)[6], perché come ha voluto chiarire il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in occasione di una recente audizione dinanzi alle commissioni parlamentari di Camera e Senato, non ha carattere vincolante e si sostanzierebbe in impegni di carattere meramente simbolico o politico, senza alcun ulteriore aggravio per l’erario.

Senza voler mettere in dubbio le parole del capo della nostra diplomazia, al proposito di valutazioni di ordine politico, di fronte a un andamento della guerra non propriamente favorevole a Kiev e allo scarsissimo consenso popolare rispetto alla situazione bellica (e ai suoi esiti), un dibattito parlamentare sarebbe stato quantomeno opportuno, se non auspicabile e necessario.

Commentando l’accordo per Il Fatto quotidiano, Biagio Di Grazia[7] lo ha definito contrario alle clausole del trattato NATO, che impedirebbero a qualunque paese membro di firmare intese con nazioni in guerra, mentre per il generale Fabio Mini[8] si tratterebbe di un “accordo a perdere”, nel quale si punta su una rapida vittoria, assai improbabile, invece che sulla pace. Non meno critiche le posizioni del prof. Alessandro Orsini, che oltre a denunciare le violazioni imputabili all’Occidente sui vari teatri bellici[9], parla apertamente del pericolo di un’escalation nucleare[10].

I leaders europei che hanno siglato intese analoghe a quella italiana – sulla falsariga di quanto concordato in occasione del vertice G7 di Vilnius – hanno tenuto a ribadire che tali documenti non intendono offrire in alcun modo un’alternativa” e/o costituire un preludio in vista di un eventuale disimpegno americano, per quanto non si tratti di una prospettiva irrealizzabile. Basti ricordare le recenti dichiarazioni del probabile candidato repubblicano alle presidenziali di novembre, Donald Trump, che non ha fatto mistero, nel caso di un suo ritorno alla Casa Bianca, di voler ridurre gli impegni internazionali del suo paese[11], dopo aver sollevato molte critiche circa l’operato dell’attuale amministrazione riguardo lo scoppio e la gestione del conflitto.

La strada migliore e più auspicabile sarebbe, con ogni probabilità, quella del negoziato, cui peraltro la stessa Russia non ha manifestato alcuna contrarietà[12].

Il problema, come nota ancora il generale Mini[13], è che per quanto formalmente “… non siamo in guerra con la Russia e (si) sa benissimo che la maggioranza dei cittadini italiani, diversamente da quella parlamentare e di governo, non vuole questa o altra guerra […] l’accordo prevede aiuti e cooperazione a senso unico in campo militare, industriale, commerciale e politico. Allontana, dunque, la possibilità di un negoziato”, aggiungendo che “l’intero documento è dedicato a rendere esplicita e a rafforzare, almeno a parole, lo schieramento politico e militare a fianco dell’Ucraina e contro la Russia. Non esiste alcun cenno d’incoraggiamento all’azione diplomatica verso la pace o la sospensione del conflitto. Lo scopo essenziale di questa cooperazione non è una pace duratura e giusta, né una maggiore sicurezza dell’Ucraina e della stessa Europa. Di fatto l’Italia, prosegue l’ex comandante NATO della missione KFOR in Kosovo, “partecipa e collabora alla guerra contro la Russia consapevole che ciò significa la continuazione e il peggioramento del conflitto”, concludendo di non ravvisare “… per quest’anno nessuna volontà internazionale di terminare il conflitto con un negoziato. Vedo invece lo sbocco verso il negoziato come conseguenza delle operazioni militari. Tutto il mondo è alla ricerca di un compromesso onorevole per salvare l’Ucraina ma è proprio essa a non voler essere salvata e anzi pretende di sacrificarsi per salvare tutti noi. Finché si ricorre a questa retorica non si arriva a niente”.

Sono attualissime, a questo riguardo, le parole di Gino Strada: “Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia”, accompagnandole con quelle di un certo signor Albert Einstein, che di queste cose (e non solo di queste) se ne intendeva parecchio: “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”.

A buon intenditor…

Fonte: Lafionda.org

Di: 

 

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